lun
04
ott
2010
RIFORMA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI: LA PROPOSTA DELLA CGIL
La proposta della Cgil: attivare a regime due soli strumenti, la cig e la disoccupazione. Si potrebbero includere donne, immigrati e addetti con basse qualifiche oggi senza tutele. La riforma
è in grado di finanziarsi con la contribuzione
di Stefano Iucci
Un sistema esclusivo. Nel senso che tiene fuori troppi lavoratori e non li include. Raffazzonato, con una giungla di aliquote contributive, trattamenti, soglie di accesso e deroghe . È questo –
come certificato anche da Bankitalia – il sistema italiano degli ammortizzatori sociali. Di fatto un non sistema, dunque, che tiene fuori 1 milione e 900mila lavoratori dalla possibilità di avere
il sussidio di disoccupazione e che dunque per la Cgil va riformato in maniera organica. La proposta, messa a punto dalla confederazione e dall’Ires (con un gruppo di lavoro composto da Giovanna
Alteri, Lorenzo Birindelli, Fernando Di Nicola, Michele Raitano e Claudio Treves) è stata presentata a corso d’Italia lunedì 4 ottobre dal segretario generale della Cgil, Gugliemo Epifani, dal
segretario confederale Fulvio Fammoni e da Giovanna Altieri, direttore dell’Ires. L’ambizione è alta: 500mila nuovi lavoratori dovrebbero a regime (nel 2018) essere inclusi nel sistema di tutele,
il tutto in modo finanziariamente sostenibile.
Tre, come ha sottolineato Epifani, sono i pregi essenziali della proposta: include tanti lavoratori prima esclusi da cassa integrazione, mobilità e indennità di disoccupazione, ha costi
prevedibili e sostenibili, permette all’Italia "di sentirsi un po’ più europea", visto che oggi con il sistema attualmente vigente i nostri lavoratori sono al secondo posto in Europa quanto a
rischio povertà, anche a causa di una spesa per i disoccupati appena allo 0,7 del Pil, la quota più bassa tra i maggiori paesi dell’Ue.
L’idea è quella di attivare a regime due soli strumenti per tutti i settori. Il primo è la Cig (che mette insieme cassa integrazione ordinaria e cassa integrazione straordinaria), il secondo la
Disoccupazione, che unisce mobilità e, appunto, disoccupazione. Il sistema progettato è pubblico e universale e – in controtendenza con l’idea di sussidiario del governo – può essere solo
integrato, mai sostituito, dalla bilateralità. Per avere diritto alla nuova Cig bisogna avere almeno 90 giorni di contribuzione, l’importo è l’80 per cento della retribuzione (con un massimale di
1.800 euro netti, senza decalage) e dura al massimo 36 mesi nel quinquennio.
Quanto alla disoccupazione, la copertura sarà anche qui inizialmente dell’80 per cento (fino a un tetto di 1.800 euro netti), con un decalage che porta l’indennità al 64 per cento dopo 12 mesi e
al 50 per cento dopo due anni (integrabile dalla contrattazione bilaterale). Il sussidio comporta l’obbligo da parte del lavoratore, dopo i primi sei mesi di godimento del beneficio, di accettare
offerte di lavoro congrue secondo le disposizioni delle leggi regionali. La durata massima dell’indennità è fissata a 24 mesi per chi ha meno di 50 anni e sale a 30 per chi ne ha di più; per i
disoccupati del Sud sono previsti sei mesi in più.
Tra le novità più interessanti, c’è il fatto che per accedere alla disoccupazione bastano 78 giornate lavorative sulle quali si è versata la contribuzione. Con l’attuale normativa c’è invece un
vincolo biennale e questo, secondo calcoli molto attendibili, taglia fuori il 74,5 per cento dei lavoratori a tempo indeterminato che non soddisfano i requisiti per l’indennità.
Altro indubbio merito della proposta è quello di semplificare: se venisse accolta, infatti, gli strumenti normativi scenderebbero da sette a due, così come i modelli di contribuzione (cioè le
aliquote) che passerebbero dalla giungla delle attuali ventiquattro a sei. L’unica differenza che resta è quella tra le imprese fino a 15 dipendenti, che avranno aliquote più basse rispetto a
quelle industriali con un maggior numero di dipendenti e al settore edile.
"Con la nostra proposta – spiega il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni – la platea dei lavoratori che potrebbe usufruire degli ammortizzatori sociali salirebbe di 500mila, per la
maggior parte donne, immigrati e addetti con basse qualifiche. Sono misure necessarie e organiche, tanto più urgenti perché la crisi è assai lontano dal cessare di produrre i suoi effetti che
sono contemporaneamente il restringimento della base lavorativa e produttiva del paese. Naturalmente come tutte le proposte è aperta alla discussione, a cominciare naturalmente da Cisl e Uil". In
ogni caso, riprende il sindacalista "visto che tutti ne parlano ma pochi fanno qualcosa, ci sembra un moto concreto per mettere in campo interventi utile per i giovani, le donne e gli immigrati,
i più penalizzati dalle attuali tutele".
Da non sottovalutare, infine, l’aspetto finanziario. "Sinora – ha detto Epifani – tutti i governi, compresi quelli di centro sinistra, ci hanno spiegato che la riforma degli ammortizzatori
sociali non si poteva fare perché costava troppo, ma con questa proposta dimostriamo che non è così". Come è dimostrato in numerose e utili
tabelle, la riforma targata Cgil è in grado di finanziarsi attraverso la contribuzione, che può coprire 4,2 miliardi di euro in più necessari a regime, cioè nel 2018. In alcuni, i
contributi delle imprese possono anche scendere: aumentano solo quelli delle aziende che oggi versano poco o nulla. Insomma: un sistema più giusto per tutti. Lavoratori e aziende.
04/10/2010
Fonte: rassegna.it











