mer
22
set
2010
RASSEGNA.IT INTERVISTA MARTINI, SEGRETARIO GENERALE FILCAMS: COMMERCIO, DIVISI AL CONTRATTO
La trattativa per il rinnovo del ccnl del terziario, distribuzione e servizi della cooperazione vede Cgil da una parte, Cisl e Uil dall’altra. Martini ci spiega perché
di Stefano Iucci
Due anni fa l'accordo separato. Poi, un anno dopo, la faticosa riconquista di un testo unitario e ora, di nuovo, la presentazione di piattaforme distinte: Cgil da una parte, Cisl e Uil
dall'altra. Il commercio si conferma dunque un settore di grande complessità negoziale. Con, stavolta, un paio di aggravanti in più: la crisi che non accenna a mollare la presa su consumi e spese
della famiglia, e il clima politico tra i sindacati confederali che non è dei migliori. Realtà che non si nasconde Franco Martini, segretario generale della Filcams Cgil, che intervistiamo pochi
giorni dopo l'invio da parte del sindacato di categoria della Cgil alle controparti della piattaforma per il rinnovo del ccnl del terziario, distribuzione e servizi della cooperazione. La
trattativa è iniziata il 21 settembre, ed è la prima volta che, come detto, parte da testi separati (Cisl e Uil hanno presentato le loro piattaforme a giugno).
"Le piattaforme separate – spiega Martini – sono più la conseguenza delle dinamiche esterne, derivanti dall'accordo separato sul modello contrattuale, che il frutto di autentiche divergenze
categoriali. Ovviamente, sulle problematiche di settore esistono sensibilità diverse fra le tre organizzazioni, ma nessuna di queste sarebbe tale da impedire una sintesi unitaria (come, peraltro,
avvenuto per il Ccnl del Turismo)". Le preoccupazioni maggiori sono naturalmente legate agli effetti della crisi, che renderà sicuramente complessa la trattativa. "Le vertenze che in queste
settimane hanno interessato la grande distribuzione organizzata fanno capire che la ricetta adottata in questo settore non si discosta molto da quella imposta da Marchionne alla Fiat – aggiunge
il sindacalista - riduzione dei costi attraverso la messa in discussione delle acquisizioni contrattuali e ulteriore flessibilità del lavoro. Qui, in effetti, potrebbero verificarsi delle
divergenze tra organizzazioni, soprattutto là dove quelle ricette dovessero tradursi nella richiesta di deroghe contrattuali, o in soluzioni economiche penalizzanti per le lavoratrici e
lavoratori, soluzioni rispetto alle quali, l'opinione della Filcams coincide col giudizio di dissenso già espresso dalla Cgil in occasione dell'accordo separato".
Il convitato di pietra della trattativa, neanche troppo nascosto, sarà naturalmente la crisi in atto.
"Una crisi che – puntualizza il numero uno della Filcams – rende necessaria la difesa del ccnl, quale strumento di tutela universale di un mondo del lavoro fortemente caratterizzato dalla piccola
dimensione. Quando parliamo della distribuzione il pensiero va sempre alle grandi catene distributive, ma esse rappresentano solo la minima parte degli addetti al settore distributivo, la maggior
parte dei quali è distribuita nel piccolo e medio commercio. Ciò non è incompatibile, né alternativo alla necessità di esprimere nuova capacità e diffusione del II livello di contrattazione, che
nel nostro caso incrocia spesso quella territoriale (ad esempio, in materia si normative sugli orari delle attività commerciali e loro effetti sull'organizzazione dei tempi di vita e di lavoro).
Tuttavia, il depotenziamento del ccnl avrebbe nel terziario effetti più gravi che in altri settori". Naturalmente, la crisi porta con sé anche il rischio di veder aggravata la condizione di
precarietà nel settore, con l'ulteriore estensione dei contratti flessibili e la messa in discussione di ogni forma di governo degli orari e del tempo di lavoro: "Poiché è superfluo ribadire che
non vi è da parte nostra la negazione del bisogno di flessibilità di cui necessitano le imprese del nostro settore, occorre però rigettare l'idea che tale bisogno diventi terreno di azione
unilaterale da parte delle stesse, a partire dalla scelta di disdettare le acquisizioni della contrattazione di II livello".
Nell'affrontare la tornata contrattuale, la Filcams ha prodotto una vasta consultazione dei lavoratori. Negli ultimi due mesi, sono state organizzate, su tutto il territorio nazionale, circa
2.000 assemblee; su poco meno di 120.000 lavoratori, quasi 40.000 hanno espresso il loro giudizio. Il testo è stato approvato dal 95 per cento delle lavoratrici e lavoratori; il restante 5 per
cento si divide tra i contrari e gli astenuti. Una grande prova di democrazia, dunque, e anche tante richieste da parte delle persone: "Al primo posto, senza ombra di dubbio, la necessità di
invertire la tendenza al dilagare della precarietà – riprende Martini –. Part-time, contratti a termine, a chiamata e quant'altro, vanno prefigurando una realtà lavorativa nel terziario
decisamente ai margini della sostenibilità sociale. Si può facilmente immaginare quanto il lavoro part-time così diffuso, stia portando una fetta sempre più consistente di giovani vicino alla
soglia di povertà. A questo si aggiunge la diffusa presenza di donne, che impone l'attuazione di politiche di genere in grado di assicurare il diritto al lavoro".
Tanta partecipazione implica anche tante aspettative. Quali margini esistono, allora, perché si possa sperare in una conclusione unitaria della trattativa? "Intanto – risponde il leader della
Filcams – esiste un terreno sul quale gli interessi delle parti possono convergere ed è quello relativo alle politiche di sviluppo del settore. Non si può pensare che in un settore come quello
distributivo la contrattazione rappresenti un binario troppo distante dalle politiche per individuare vie alternative di uscita dalla crisi. Se non si stabiliscono politiche di qualificazione del
settore distributivo, se non si ripensa il modello di sviluppo, che in questi anni ha portato a una concentrazione abnorme dei grandi formati distributivi, squilibrando il mercato, è ovvio che le
imprese, dentro questa crisi, saranno sempre più indotte a raschiare il barile, cioè, l'area dei costi rappresentata dal fattore lavoro. Ciò vale anche per i prezzi. Recuperare margini si può
alzando i prezzi, ma questa soluzione ha costi sociali non indifferenti. Anche in questo caso non esistono soluzioni riconducibili alla mera dimensione aziendale. Dopodichè, margini di recupero
si possono avere attraverso processi di razionalizzazione dell'organizzazione del lavoro, sperimentazioni innovative, già fatte in diverse realtà. Ma occorre riconoscere la funzione di chi
rappresenta il lavoro, dai sindacati, alle Rsu".
22/09/2010
Fonte: rassegna.it











