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09
set
2010
QUI NON SI VENDE PIU' UN'AUTO. SERVIZIO DE "L'ESPRESSO"
di Maurizio Maggi
Aprire una concessionaria, una volta, era un sistema sicuro per guadagnare. Adesso è un disastro. Un po' perché si vendono poche macchine, un po' perché il mercato è diventato
selvaggio
(09 settembre 2010)
C'era una volta il concessionario d'auto che guadagnava un sacco di quattrini. Adesso, chi porta a casa un margine lordo dell'uno per cento fa le capriole di gioia. Nel 2006, un quarto dei 3.909
dealer ufficiali aveva chiuso il bilancio in perdita. Nel 2008, la percentuale è salita al 46 per cento, l'anno scorso al 50 per cento (col numero degli imprenditori sceso intanto a 3.806). E a
fine 2010 il quadro sarà ancora più fosco: diminuiranno i concessionari in attività e cresceranno quelli con i conti in rosso.
Dopo la fine degli incentivi alla rottamazione, nel marzo scorso, Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto (l'associazione di categoria), aveva detto che senza interventi del governo
sarebbero stati a rischio 15 mila posti di lavoro, in un settore che vale il 6 per cento del Pil e impiega 178 mila addetti. "A fine agosto", confessa a "L'espresso", "i tagli potrebbero essere
anche più cospicui: d'altronde, come può reggere un comparto in cui oltre la metà degli operatori è in perdita?". È l'anello più debole della catena automobilistica, il concessionario dell'anno
2010. "Da quando si è dimesso Claudio Scajola da ministro per lo Sviluppo economico, degli incentivi e della crisi drammatica del settore nessuno s'è più occupato", sbotta Pavan Bernacchi. Il
nemico numero uno è l'endemica sovraproduzione. Per tenere alti i volumi anche in periodi di mercato fiacco, le case costringono i dealer a piazzare quantità sempre superiori alla domanda. Poi
c'è la piaga dei 30 mila rivenditori indipendenti, che non dovendo rispettare gli "standard" richiesti dalle marche (strutture arredate in un certo modo, signorina elegante ad accogliere il
cliente, un tot di addetti alla manutenzione), né a realizzare certi obiettivi, offrono un prezzo più basso rispetto ai concessionari ufficiali.
I dealer comprano dalle case con uno sconto del 10 per cento sul prezzo di listino. Se poi arrivano ai risultati numerici e qualitativi indicati dal costruttore, strappano al massimo un altro 5
per cento. Il commerciante non ufficiale, che dovrebbe procurarsi la vettura solo dopo aver avuto mandato dal cliente, è in grado di praticare prezzi migliori, perché ha costi molto inferiori.
"Può anche tenere le auto su un prato e gli uffici in una roulotte", sostiene il presidente di Federauto. Paradossalmente, per ottenere lo sconto aggiuntivo dal produttore, talvolta sono gli
stessi concessionari ufficiali a vendere le macchine agli indipendenti, che si approvvigionano anche dalle società di noleggio, oltre che importando macchine dall'estero o rilevando stock
invenduti. Un ginepraio che, guardando al puro e semplice prezzo finale, favorirebbe l'acquirente, il quale però rischia spiacevoli sorprese. Se fallisce un rivenditore ufficiale, infatti,
interviene la casa automobilistica; se invece salta un indipendente, la caparra va in fumo.
Senza incentivi e con i consumatori in ritirata, la situazione già finanziariamente difficile di molte concessionarie esplode. Fioccano tagli di personale e soppressioni di punti vendita, specie
nelle aree più ricche del Paese, dove nei tempi d'oro gli show room sorgevano come funghi. Nel Nord-Est, in tante zone della Lombardia, in Emilia-Romagna, è un'ecatombe. "E la gente sta a casa
davvero, a volte senza nemmeno poter usufruire degli ammortizzatori sociali, visto che sono realtà imprenditoriali troppo piccole per potervi accedere", denuncia Marzio Govoni, sindacalista della
Filcams.
Una delle zone più colpite è il Varesotto. "Qui c'è un'altissima concentrazione di concessionari e la crisi sta producendo una micidiale selezione", racconta il segretario provinciale della Cgil,
Gian Marco Martignoni. Giorgio Fiora, titolare di tre concessionarie del gruppo Volkswagen tra Busto Arsizio e Saronno, aveva investito 25 milioni di euro: "Per realizzare strutture dai
particolari canoni architettonici secondo i rigorosi standard imposti da Volkswagen", dice. Il fatturato però è precipitato, e a inizio agosto Fiora ha fatto richiesta di concordato preventivo in
tribunale.
I saloni sono vuoti e i 67 dipendenti quasi tutti in cassa integrazione. Come pure i sessanta della Te.Car (Land Rover e Volvo) di Gallarate, i 50 della Ardena (Mercedes e Smart) di Gazzada
Schianno e i 15 alla Peri Ettore (Opel) di Caronno Pertusella. Dove ha chiuso pure la Pentacar (Chrysler), che aveva 18 addetti ed è in liquidazione volontaria da giugno. Stessa musica in
Triveneto: a fine luglio è fallita la Sartori United (punti vendita tra Venezia e Treviso e 70 dipendenti) e avevano alzato bandiera bianca la Marazzato e la Rizzato. Una serie di ko che ha messo
nei guai circa 300 lavoratori nella sola provincia di Venezia. Ancor più pesante il conto dell'emiliana Interauto (Mercedes), che ai tempi d'oro aveva 400 dipendenti.
C'è però anche chi ha snellito l'azienda prima che esplodesse la crisi. Racconta Andrea Colaneri, boss del Colaneri Group di Roma: "Rispetto al 2006, abbiamo 5 punti vendita in meno e i
dipendenti sono scesi da 180 a 70: però quelli andati via si sono ricollocati". Adesso Colaneri punta più sui servizi (assistenza, assicurazioni) e sull'usato: "È inutile e dannoso vendere il
nuovo in perdita, i costi di gestione chi li paga?".
Il panorama appare tragico e il capo del sindacato dei dealer è pronto a scioperare per una settimana, bloccando l'assistenza a migliaia di automezzi di ministeri e forze dell'ordine, se il
governo non si muove. Avverte Pavan Bernacchi: "Perché non pensare a incentivi solo per le auto veramente ecologiche, o rivedere la fiscalità per le auto aziendali, per metterci in media con
l'Europa? Inoltre, bisogna che sia chiara, al cliente, la differenza tra concessionario ufficiale e praticone improvvisato. Troppo facile favorire la ricerca del prezzo basso e fregarsene se chi
vende un'auto poi evade l'Iva".
ha collaborato Stefano Vergine
Fonte: L'espresso on line











