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28

apr

2010

DDL LAVORO: 28 APRILE 2010 PRESIDIO CGIL DAVANTI ALLA CAMERA. ANCHE I GIURISTI BOCCIANO IL DDL LAVORO

no controriforma processo del lavoro

 

Per dire 'No alla controriforma del diritto e del processo del lavoro’ - rappresentato dal ddl lavoro in discussione alla Camera dei Deputati - la Cgil promuove per mercoledì 28 aprile 2010 un presidio di protesta a Roma dalle ore 14 davanti Montecitorio. Il sindacato di Corso d’Italia ritiene, infatti, ancora insufficienti le modifiche apportate al provvedimento dopo il rinvio alle Camere del testo da parte del presidente della Repubblica. Motivi per i quali la mobilitazione prosegue non solo con il presidio in programma domani alla Camera, ma con ulteriori iniziative da mettere in campo durante il passaggio al Senato.

 

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I giuristi bocciano il ddl lavoro


Nel convegno organizzato a Roma dalla Cgil, tutti gli esperti del settore sono d'accordo: la giustizia del lavoro è in crisi, il vero obiettivo del governo è deregolamentare i diritti. In futuro gli addetti saranno più esposti al potere delle aziende

di Paolo Andruccioli


La crisi della giustizia del lavoro non si può negare ed è evidente soprattutto in alcune zone meridionali dove negli uffici e nei tribunali si accumulano cause, mentre il contenzioso previdenziale ha raggiunto livelli mai visti. Le soluzioni proposte dal governo non solo non risolvono le questioni sul tappeto, ma al contrario sembrano mirare a ben altri obiettivi. Lo ammettono anche i giuristi più vicini al governo: obiettivo del testo del collegato lavoro (rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) non è il decongestionamento del contenzioso, ma l’ulteriore deregolamentazione del settore con relativo indebolimento del ruolo della magistratura e del sindacato.

Obiettivi che vengono perseguiti dal governo Berlusconi con costanza e metodo e si legano da una parte al Libro Verde (poi divenuto Bianco) del ministro Maurizio Sacconi e dall’altra al progetto di riforma dello Statuto dei lavoratori. In gioco, dunque, ci sono i diritti dei lavoratori e la sopravvivenza stessa di un sistema di giustizia del lavoro che si vorrebbe progressivamente smantellare a favore dell’arbitrato. È questo – in estrema sintesi – il senso di un importante convegno organizzato la scorsa settimana al Cnel dalla Consulta giuridica del lavoro della Cgil, da Magistratura democratica e dalla Rivista giuridica del lavoro (Ediesse) e coordinato da Sergio Mattone, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione.

La Cgil ha voluto organizzare il convegno nell’ambito della sua campagna di mobilitazione contro il ddl lavoro. Il sindacato non è infatti soddisfatto delle modifiche che sono state apportate al testo del governo da parte della Commissione lavoro. Un giudizio che durante il convegno è stato confermato in modo pressoché unanime dai tanti giuristi che hanno partecipato al dibattito. Al Cnel ha parlato anche Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), che haspiegato come la “riforma” del governo è totalmente sbagliata. Secondo Palamara i problemi della giustizia del lavoro non si risolvono con l’introduzione dell’arbitrato o peggio con la riduzione del potere dei giudici. Si tratterebbe al contrario di dedicare risorse per la riorganizzazione degli uffici (“fermi all’Ottocento”), riequilibrare i tagli che sono stati confermati anche nell’ultima legge finanziaria e infine intervenire sul sovraffollamento carcerario e la criminalità organizzata. In realtà al governo di tutte queste cose interessa ben poco, ha confermato il giurista Luigi Mariucci (Università Ca’ Foscari di Venezia) perché quello che conta veramente è la reintroduzione dell’istituto ottocentesco dell’arbitrato.

Proprio l’arbitrato (lasciato nelle mani dei Consulenti del lavoro) è uno dei punti più delicati perché alla fine gli “arbitri” saranno sempre più spesso professionisti con buona probabilità legati alle imprese piuttosto che ai lavoratori. Dietro lo schema del governo, ha spiegato Mariucci c’è l’idea (o meglio l’ideologia) della liberazione della società dal conflitto che viene definito perfino “diabolico”, mentre – come dovrebbe essere naturale in una democrazia – il problema “è rendere il conflitto utile”. Con la sua dettagliata relazione sulle modifiche al ddl lavoro uscita dalla Commissione parlamentare, Valerio Speziale (Università di Pescara), ha messo in evidenza i vari profili di incostituzionalità a cui il testo è ancora esposto, a partire dalla vera e propria abdicazione dei diritti futuri che si chiede ai lavoratori imponendo loro la firma sul ricorso all’arbitrato. Spezialeha criticato anche il concetto di “equità” abbinato ad arbitrato e ha detto che le modifiche apportare non risolvono i problemi delle clausole compromissorie e del regime delle impugnazioni, che sono state poi il tema della relazione di un altro giurista molto critico nei confronti dei provvedimenti del governo, Massimo Roccella (Università di Torino).

Per il giurista Marco Pivetti, qualunque norma che renda obbligatorio il ricorso all’arbitrato è da considerare comunque illegittima e quello che è certo è che i lavoratori vogliono avere a che fare con i giudici del lavoro, non con gli arbitrati. Ma il rischio vero, sempre secondo Pivetti, è che se la norma voluta dal governo dovesse passare, è scontato che poi sarà inserita in tutti i contratti. Anche Tiziano Treu (vicepresidente della Commissione lavoro del Senato) condivide le tesi critiche dei giuristi. Il collegato lavoro del governo Berlusconi, per Treu, è perfino più grave e pericoloso della legge 30. L’arbitrato rischia di derubricare il diritto, anche se Piergiovanni Alleva (Università delle Marche), ha invitato tutti ad avere un atteggiamento laico neiconfronti dello stesso arbitrato. Una posizione gradita da Antonio Vallebona (giurista all’Università di Tor Vergata), considerato da qualcuno il vero ispiratore delle nuove norme del governo.

È stato lo stesso Vallebona ad ammettere durante l’incontro del Cnel che lo scopo primario del collegato lavoro non è per nulla il decongestionamento delle aule di tribunale. L’obiettivo, dice il giurista, è la “civilizzazione del contenzioso”, una formula che naturalmente non convince la Cgil. Lo ha detto nelle sue conclusioni il segretario confederale Fulvio Fammoni che non solo ha confermato le mobilitazioni della Cgil, ma ha anche spiegato che nel caso in cui la legge dovesse passare e in attesa della sentenza della Corte costituzionale, la Cgil si attiverà per tutelare tutti quei lavoratori che con il ricatto della firma per l’arbitrato saranno ancora più esposti al potere delle aziende.

27/04/2010


Fonte: rassegna.it

 

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