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01
apr
2010
NAPOLITANO NON FIRMA IL DDL LAVORO. EPIFANI: LA CGIL AVEVA RAGIONE. LE TAPPE DEL DDL LAVORO
Napolitano non firma ddl lavoro, testo torna al Parlamento
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rinviato al Parlamento il ddl lavoro, il testo di legge duramente criticato dalla CGIL - anche attraverso lo sciopero generale del 12 marzo
- per le norme, in esso contenute, e che porterebbero tra l’altro all’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori. In una nota il Quirinale chiede alle Camere, a norma
dell'articolo 74 della Costituzione, una nuova deliberazione sul provvedimento. “Il Capo dello Stato - motiva la nota - è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e
in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia
delicatezza sul piano sociale”.
Napolitano ha perciò ritenuto “opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel
quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale”. Il presidente della Repubblica, quindi, pur in un
apprezzabile quadro riformatore benché estremamente eterogeneo, chiede che le Camere individuino “precise garanzie” e un equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto
individuale “più chiaro e definito”.
Il Segretario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, esprime a nome dell’intera organizzazione sindacale “soddisfazione e apprezzamento per la decisione del Quirinale” e critica l’avviso comune
su arbitrato e conciliazione firmato dalle parti, esclusa la CGIL . Per Epifani le motivazioni che hanno spinto il Colle a non firmare la legge sono le stesse espresse dalla CGIL. “E’ una
decisione - prosegue il Segretario Generale - che conferma le considerazioni della CGIL sugli aspetti critici del provvedimento. E’ di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione comune
su una legge - conclude Epifani - nemmeno ancora promulgata né pubblicata sulla Gazzetta ufficiale”.
La CGIL non solo oppone da tempo una forte critica al 'ddl lavoro', ma vuole proporsi come luogo di discussione con studiosi magistrati avvocati e forze politiche. A questo proposito è stato
organizzato per il 23 aprile il convegno su 'Crisi e riforma della giustizia del lavoro'.
31/03/2010
Testo integrale del messaggio del presidente Napolitano alle Camere
Ddl Lavoro: Epifani, avevamo ragione noi, la legge è incostituzionale
“Soddisfatto? Certo”, risponde Guglielmo Epifani. Per il Segretario della CGIL, il “ddl lavoro” varato ai primi di marzo era “incostituzionale”, un “pasticcio, come hanno detto sempre tutti i
giuslavoristi”, voluto da un governo “davvero di destra” che in questi tempi di crisi anziché preoccuparsi della disoccupazione galoppante mina diritti fondamentali dei lavoratori. Atteso,
evocato, ieri è arrivato lo stop di Napolitano ed Epifani apprezza. “Non è usuale che il Capo dello Stato respinga una legge - spiega -. Eppoi sono soddisfatto anche per le motivazioni, perché da
una parte critica queste leggi omnibus dove c’è tutto di tutto e non si riesce mai a comprendere effettivamente le conseguenze delle scelte legislative. E dall’altra mette il dito su questa piaga
dei diritti dei lavoratori, sull’arbitrato”.
In pratica con questa legge un lavoratore al momento dell’assunzione poteva venire obbligato a sottoscrivere la possibilità che in caso di contenzioso si andava
all’arbitrato?
“Esatto, è così. Per tutta la vita. Un fatto gravissimo perché la Costituzione, in un suo articolo importante, dice che è diritto di ogni cittadino poter ricorrere al giudice per far valere le
proprie ragioni”.
E invece questa legge?
“Introduceva la possibilità che all’atto dell’assunzione il datore di lavoro chiedesse di rinunciare a percorrere la strada giudiziaria scegliendo sempre e comunque l’arbitrato. E siccome il
momento di avvio del rapporto di lavoro è quello in cui il lavoratore è più debole, è chiaro che con questa norma si finisce per premere su di lui togliendogli una libertà che gli assicura la
Costituzione. Non solo, l’arbitrato era 'secondo equità': ovvero non doveva giudicare la conformità dei trattamenti e dei comportamenti all’applicazione delle leggi o dei contratti. E infine,
certamente spaccava in due il mondo del lavoro, tra chi poteva ricorrere al giudice ed alle forme di conciliazione già previste e chi restava solo con l’arbitrato”.
Insomma, lavoratori di 'serie B'...
“Condizionabili per tutta la vita: una cosa senza senso”.
Ma la CGIL è contraria al meccanismo dell’arbitrato?
“No, anche perché l’arbitrato c’è già oggi. Semmai lo si può normare meglio: se serve a trovare soluzioni più rapide va benissimo”.
Per 'rimediare' ora, come dicono il ministro Sacconi, CISL e UIL, basta inserire nella legge la dichiarazione comune sottoscritta da tutte le parti sociali tranne
voi?
“No, non va bene. E poi quella è stata una mossa intempestiva, fatta ancor prima che la legge fosse promulgata solo per cercare di mettere una toppa”.
Però esclude il licenziamento...
“Occorre che il Parlamento esamini le motivazioni per le quali il Presidente ha rinviato la legge alle Camere. E occorre dare risposte a queste osservazioni rimettendo mano al testo. Per questo
parlerò con Cisl e Uil e chiederemo d’essere ascoltati in Parlamento. Adesso, più che cantar vittoria, mi preme fare le cose per bene e garantire diritti al meglio possibile per i
lavoratori”.
Sacconi chiede di intervenire solo sui punti segnalati dal Quirinale, voi chiedete altre modifiche?
“Le cose che non vanno sono tante, ad esempio c’è la riduzione dei tempi per impugnare la legittimità dei contratti a termine. In realtà nelle pieghe di questa legge così complessa ci sono tanti
aspetti che puntano quasi tutti a ridurre i diritti dei lavoratori. Questa è la verità. E la cosa che più mi colpisce è che questa operazione sia stata fatta in un periodo di crisi in cui il
lavoratore già è debole perché ha la prospettiva di perdere il lavoro ed ogni giorno si misura con la crisi. Ora in più gli riduci i diritti? Questo è un governo davvero di destra. Fortemente di
destra”.
A proposito di momento difficile: i nuovi dati sulla disoccupazione sono drammatici, quella giovanile poi va oltre il 28%...
“E aumenterà visto l’andamento dell’economia, e soprattutto nel Sud diventerà un dramma ancora più forte. Berlusconi adesso dice di voler ripartire da fisco e giustizia. Credo invece si debba
ripartire dal lavoro, perché se c’è una cosa che queste elezioni hanno dimostrato, con l’alto astensionismo e in parte anche col voto alla Lega, è il malessere sociale molto forte connesso alla
crisi. Bisogna che il governo rifletta se quello che ha fatto sino ad oggi basta o meno”.
01/04/2010
Le tappe del ‘collegato lavoro’ dal via libera al Senato alla bocciatura di oggi di Napolitano
Due anni di iter parlamentare con la sola CGIL a denunciarne limiti e pericoli. A marzo la svolta con l’ok di Palazzo Madama e pochi giorni dopo l’avviso comune su arbitrato e controversie. Oggi
il rinvio alle Camere dal Quirinale
Il rinvio alle Camere del ddl lavoro da parte del presidente della Repubblica chiude un primo e ampio capitolo su un provvedimento - per usare le parole del Quirinale – “eterogeneo, complesso e
problematico”. Una misura della sua estrema complessità, e denunciata da diversi giuslavoristi, è nello stesso titolo della legge: “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di
riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile,
nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro”. Partito il suo iter pochi mesi dopo l’insediamento del governo, nella primavera del
2008, il disegno di legge ha da subito attirato le critiche della CGIL che già allora parlava di “cancellazione del processo del lavoro”, di “deregolamentazione che smantella i diritti dei
lavoratori”, fino a intravedere quelle incostituzionalità che trapelano dalla nota del Capo dello Stato.
Dopo quattro letture tra Camera e Senato, e dopo un ultimo tentativo, lo scorso 3 febbraio, da parte della CGIL di fare pressione contro un provvedimento dai “profili incostituzionali” e che
“depotenzia” e “sterilizza” la giustizia del lavoro, il Senato approvava il 3 marzo in ultima lettura il testo che diventava così legge. Seguivano giorni concitati con il governo teso a difendere
acriticamente il provvedimento attaccando strumentalmente la CGIL e quest’ultima - con alle porte lo sciopero generale del 12 marzo - che con maggior vigore denunciava i limiti e i pericoli di un
provvedimento sempre più “vera e propria controriforma del diritto del lavoro” (Epifani 3 marzo). Il giorno dopo in un'intervista a 'La Repubblica' il Segretario Generale tracciava i possibili
effettivi sviluppi della legge: "Un lavoratore più debole e ricattabile: sarà questo l’effetto della nuova legge sul processo del lavoro voluta dal governo”, spiegava Epifani.
Con l'avvicinarsi della data dello sciopero generale, la difesa dei diritti dei lavoratori e la critica al provvedimento varato, diventava necessariamente centrale nell'azione della CGIL, sebbene
da sempre il tema fosse tra le motivazioni alla base della mobilitazione indetta dal sindacato. ‘Insieme alla richiesta di un fisco più giusto e del riconoscimento dei diritti dei migranti, il
lavoro colpito dalla crisi nei suoi diritti e nella sua dignità è il tema portante della mobilitazione della CGIL’, ricordava Epifani il 5 marzo nel sostenere che l’attentato all’articolo 18
dello Statuto dei Lavoratori fosse una “ragione in più” per rendere lo sciopero del 12 marzo “più partecipato e più forte”. E mentre l'Ufficio Giuridico della CGIL arrivava (8 marzo), analizzando
nel merito il provvedimento, al punto tale da sostenere che l'attacco perpetrato dal ddl lavoro all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori fosse peggiore di quello del 2002 (quando cioè la CGIL
in difesa di quell'articolo portò il 23 marzo di quell'anno oltre tre milioni di persone in piazza), il governo con la complicità di alcune controparti puntava a ‘diluire’ le ragioni e a
‘limitare’ la riuscita dello sciopero generale indetto dalla sola CGIL.
Si arriva così all’11 marzo, il giorno della “vera e propria imboscata”. In occasione della convocazione presso il Ministero del Lavoro con all'oggetto “confronto sulla modulazione dell’orario di
lavoro”, la CISL proponeva una dichiarazione comune tra le parti per "limitare" e "regolamentare" l'arbitrato, come strumento di risoluzione delle controversie, nei contratti di lavoro. La
proposta veniva rimandata al mittente dalla CGIL per un dissenso netto nel merito della legge, “pessima e incostituzionale”, e per il metodo: “Siamo stati convocati sul tema della modulazione
dell'orario di lavoro e invece ci siamo trovati di fronte a un'azione, presumo preordinata da parte dei sindacati confederali e delle associazioni datoriali, su una norma di una recente legge
peraltro non ancora comparsa sulla Gazzetta Ufficiale", spiegava Claudio Treves, coordinatore del dipartimento nazionale CGIL 'Politiche del Lavoro', presente al tavolo. Lo stesso Epifani puntava
il dito contro un provvedimento, e di conseguenza un avviso comune, con elementi di palese incostituzionalità e contro un disegno ‘preordinato’ che avrebbe diviso i lavoratori, rendendoli ancora
più deboli.
Ma il tentativo non ebbe un grande successo: il giorno dopo nelle oltre cento piazze d’Italia la CGIL riunì un milione di persone per rivendicare maggiori diritti e tutele per il lavoro, per un
fisco più giusto e più equo, per il riconoscimento dei diritti di cittadinanza per i migranti che lavorano nel nostro paese. Così - dopo essere stato un tema centrale anche nei Congressi delle
strutture regionali della CGIL e tema di dibattito mediatico - si arriva ad oggi con la bocciatura da parte del Capo dello Stato del provvedimento e il rinvio alle Camere. Una decisione,
saggiamente assunta dal Quirinale soltanto dopo la tornata elettorale per evitare strumentalizzazioni di qualsiasi tipo, che la CGIL saluta con “soddisfazione e apprezzamento”. “E’ una decisione
- afferma il Segretario Generale, Guglielmo Epifani - che conferma le considerazioni della CGIL sugli aspetti critici del provvedimento. E’ di tutta evidenza l’intempestività di una dichiarazione
comune su una legge - conclude Epifani - nemmeno ancora promulgata né pubblicata sulla Gazzetta ufficiale”.
31/03/2010
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Fonte: rassegna.it











