mar
16
feb
2010
LA PROPOSTA BERLUSCONI SUL FISCO FAVORISCE I REDDITI ALTI
La proposta Berlusconi favorirà molto i redditi alti, poco i redditi medi per nulla quelli più bassi. Inoltre il governo ha già deciso misure che rendono molto difficile attuare una politica
di riduzione fiscale. Bisogna andare incontro ai giovani
di Paolo Andruccioli
“Prima di tutto c’è da dire che la proposta Berlusconi sulla doppia aliquota piace. Incontra infatti una speranza popolare, perché l’Irpef è una tassa che pesa in modo consistente sui redditi da
lavoro e sulle pensioni. Il Presidente del Consiglio ha colto questa esigenza diffusa e ha lanciato un messaggio di successo. Il problema però è capire se quella riforma potrà davvero realizzare
la speranza di una riduzione della pressione fiscale sulle buste paga dei lavoratori e sulle pensioni. Io penso che la proposta Berlusconi, al di là delle apparenze, non potrà soddisfare queste
esigenze dei lavoratori perché la doppia aliquota, così com’è stata concepita, favorirà solo i redditi alti, molto lievemente i redditi medi e per nulla quelli più bassi, ossia riduce l’imposta
poco o nulla per la grande maggioranza dei contribuenti”.
È Claudio De Vincenti, docente di Economia politica alla facoltà di Economia alla Sapienza di Roma, a esprimere questo giudizio articolato sulla proposta fiscale del governo. Lo scetticismo del
professor De Vincenti si basa su due solidi argomenti: il primo è legato alle risorse in campo e quindi alla mancanza di una vera politica contro l’evasione fiscale. Il secondo argomento si basa
invece sulle proiezioni che si possono costruire sui redditi-tipo applicando la formula berlusconiana.
“Se diamo uno sguardo alla finanza pubblica – spiega De Vincenti – ci rendiamo subito conto che il governo Berlusconi ha già deciso misure che rendono oggi, rispetto a due anni fa, molto più
difficile attuare una politica di riduzione fiscale. E per prima cosa mi riferisco alla cancellazione di tutta la rete di interventi contro l’evasione fiscale che era stata messa a punto dal
governo Prodi”. Secondo De Vincenti la mancanza di un reale intervento contro l’evasione ha determinato una caduta delle entrate fiscali maggiore di quella prevista ed è ovvio che in presenza di
una evasione fiscale così alta risulta molto più difficile intervenire per ridurre le tasse a chi le paga. È sicuramente vero dunque che l’Irpef andrebbe ridotta, ma il metodo della doppia
aliquota berlusconiana è “sicuramente sbagliato”. “Con le aliquote del 23 e 33 per cento i vantaggi fiscali sarebbero infatti minimi per i redditi tra i 15 e i 30 mila euro, mentre la convenienza
sarebbe evidente per i redditi sopra i 55 mila euro. Effetti positivi ancora più marcati ci sarebbero per i redditi superiori a 75 mila euro. Per i redditi fino a 15 mila euro gli effetti
sarebbero nulli”. Una riforma di questo genere, dunque, che costa circa 25 miliardi, continuerebbe a non dare niente ai redditi più bassi e moltissimo al contrario al redditi alti, con effetti
molto limitati sulla domanda aggregata, dato che un aumento dei redditi alti non corrisponde a maggior consumo, ma finirebbe inevitabilmente sotto la voce risparmio. I risultati reali di una
riforma così enfatizzata sarebbero dunque il contrario di quello che si è detto con i messaggi del presidente del Consiglio.
“Quella di Berlusconi – spiega l’economista – non è altro che la vecchia teoria della flat tax (la tassa piatta) perché tende a un sistema con un’aliquota proporzionale uguale per tutti.
L’imposta piatta aveva un certo successo nel mondo accademico fino a una decina di anni fa, ma tutti gli studi degli ultimi dieci anni dimostrano che le soluzioni fiscali che migliorano gli
incentivi al lavoro sono quelle che si basano sull’alleggerimento delle aliquote sui redditi bassi e medi. È lì che bisogna intervenire, soprattutto per favorire la partecipazione al mercato del
lavoro dei giovani e delle donne. La flat tax va in direzione opposta: spreca risorse per ridurre le aliquote più alte, impedendo così proprio la riduzione delle aliquote sui redditi bassi e
medi”. Abbiamo dunque chiesto a De Vincenti un parere anche sulla proposta fiscale della Cgil che in questo periodo sta conducendo una grande campagna mediatica nazionale contro l’evasione
fiscale.
“La proposta della Cgil – ci risponde De Vincenti – mi sembra andare nella giusta direzione: concentra gli sforzi e l’attenzione sulla riduzione delle
aliquote sui redditi medi e bassi e sul miglioramento per loro anche delle detrazioni”. La proposta della Cgil, sempre secondo il professor De Vincenti, costerebbe anche meno, circa 18 miliardi
di euro, contro i 25 della proposta governativa. Ma anche la proposta Cgil – come quella del governo – può funzionare solo se si soddisfano alcune precondizioni. “La prima è abbastanza accettata
nel sindacato – dice De Vincenti riferendosi alla battaglia per la riduzione dell’evasione fiscale –, mentre la seconda condizione è più dura da digerire, ma è egualmente importante”. Visto che
si devono recuperare risorse, si dovrà pensare anche a una riduzione della spesa pubblica. “Io non penso a una riduzione della spesa per il Welfare e della spesa sociale in genere. Io penso
piuttosto alle spese di funzionamento delle pubbliche amministrazioni, anche quelle locali e regionali, che hanno a che fare con il funzionamento per esempio della sanità o dei trasporti. Bisogna
guadagnare in efficienza e produttività nel lavoro pubblico. Un intervento sull’organizzazione del lavoro pubblico è imprescindibile. Ci dovranno essere sicuramente incentivi per chi lavora bene,
ma anche sanzioni per chi lavora male. È un tema che la Cgil e tutti i sindacati non possono più eludere”.
Un altro tema spinoso, oltre quello della produttività ed efficienza delle pubbliche amministrazioni, riguarderebbe il rapporto tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. “È positivo – dice De
Vincenti – che la Cgil abbia avanzato proposte, come la riduzione della prima aliquota Irpef, che favoriscono anche i lavoratori autonomi con redditi bassi. Ci sono infatti gli evasori, ma ci
sono anche tantissimi giovani che sono costretti a misurarsi con il mercato ogni giorno e che quindi vanno sostenuti”. Si deve pensare, spiega il docente di economia, a un nuovo patto sociale da
proporre agli autonomi: “uscire dall’evasione per entrare nel sistema di welfare”.
16/02/2010
Fonte: rassegna.it











